Qui non troverai solo la mia opinione su [Daltanious], ma il processo completo: cosa ho chiesto all’AI, cosa ha risposto e come l’ho corretta
Se siete cresciuti a pane, TV locale e sigle memorabili, c’è un’immagine scolpita a fuoco nella vostra memoria pop: una testa di leone ruggente montata in pieno petto su un robot gigante. Prima di Voltron, prima delle contaminazioni americane, c’era un solo nome capace di far tremare i palinsesti e fare schizzare l'adrenalina a livelli critici: Mirai Robo Daltanious (未来ロボ ダルタニアス).
Uscito dai leggendari studi Toei Animation e formato dalle menti visionarie della Saburo Yatsude nel 1979 (arrivato in Italia nell'ormai mitico 1981), Daltanious non è stata una semplice serie di mecha tra le tante. È stato il punto di svolta. Il momento esatto in cui il genere "super robot" ha smesso di essere solo "metallo contro mostri" ed è diventato dramma sociopolitico, lotta di classe e innovazione di design puro.
La svolta del design: Il leone sul petto che ha cambiato tutto
Pariamo dal dato estetico. Nel 1979 il pubblico era abituato ai pettorali a piastra di Mazinga Z o alle forme geometriche di Grendizer. Poi arriva Katsushi Murakami (mastermind del toy design della Popy/Bandai) e piazza Beralios, un leone robotico giallo e marrone, proprio al centro del torace del mecha principale.
Fu una rivoluzione visiva e commerciale senza precedenti. L'unione a tre — il robot umanoide Antares, la navetta spaziale Gunper e la belva meccanica Beralios — creava il Daltanious. Non era solo bello da vedere: era un capolavoro di ingegneria per l'epoca, pensato per dominare gli scaffali dei negozi di giocattoli e creare il desiderio assoluto in ogni bambino dell'epoca. Senza Beralios non avremmo mai avuto il Voltron/Golion per come lo conosciamo oggi.
Ciò che rende Daltanious incredibilmente moderno anche a una rilettura contemporanea è il suo punto di partenza narrativo. Dimenticate i laboratori scientifici patinati, i professori in camice bianco e i piloti aristocratici o militari addestrati.
La storia comincia in un Giappone post-apocalittico devastato dall'invasione degli alieni Akademi. I protagonisti, Kento e Danji, non sono eroi: sono orfani di guerra, straccioni che rubano il cibo per far sopravvivere una banda di bambini tra le macerie di una città distrutta. Kento è rissoso, spaccone, guida da incosciente e ha sempre fame.
La narrazione introduce una dinamica da romanzo d'appendice: Kento si scopre essere l'erede al trono dell'impero di Helios, distrutto anni prima dagli stessi Akademi. Ma a differenza dei classici principi decaduti, Kento rifiuta l'etichetta nobiliare per gran parte della serie. A lui non importa della corona; importa proteggere la sua "famiglia" di strada. Questo scontro di classe tra l'eredità reale e la cruda realtà della sopravvivenza dona alla serie una carica emotiva fortissima.
L'oscurità sotto la superficie: Cloni e tragedie spaziali
Chi ricorda Daltanious solo per la sigla italiana di Vito Tommaso (un capolavoro assoluto del funk-pop anni '80) tende a dimenticare quanto la trama diventasse cupa nella seconda metà.
Il vero nemico, il Orms / Kurogen generals, e il supremo leader Kroppen nascondono un segreto agghiacciante legato alla bioingegneria, ai cloni e al razzismo di casta. Il colpo di scena legato alla vera natura del grande imperatore di Helios e all'origine di Kroppen anticipa di anni le tematiche fantascientifiche più oscure che avremmo visto decenni dopo nei franchise moderni. Non c'è manicheismo banale: gli antagonisti sono il prodotto tragico di una società imperiale corrotta e ossessionata dalla purezza del sangue.
L'eredità di un gigante
Perché parlare di Daltanious oggi? Perché è il perfetto anello congiuntoradio tra la fantascienza classica degli anni '70 e la complessità narrativa degli anni '80. Ha definito i canoni della "sfida tripla" di combinazione nei mecha, ha regalato armi iconiche come la Spada Transpar e il Lama Cespuglio (sì, i nomi degli adattamenti dell'epoca hanno il loro fascino nostalgico), e ha dimostrato che un eroe può indossare gli stracci prima di guidare una divinità di metallo.
Se volete capire da dove viene l'estetica dei moderni blockbuster di animazione e dei videogiochi di mecha, dovrete sempre tornare lì: al momento in cui la fusione si completa, gli occhi di Beralios si illuminano e parte il ruggito che ha fatto la storia dell'animazione giapponese.
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