Se dici Leiji Matsumoto, la mente vola subito al mantello nero di Capitan Harlock, ai binari lucenti del Galaxy Express 999 o alle battaglie spaziali della Corazzata Yamato. Ma quanti di voi ricordano quella volta in cui il maestro del romanticismo spaziale ha disegnato... un robot gigante?
Sì, sto parlando di Danguard A (Wakusei Robo Danguard Ace), l'esperimento più strano, affascinante e colpevolmente sottovalutato degli anni '70.
Mentre Go Nagai riempiva gli schermi di mazzate atomiche e urla di guerra, Matsumoto prendeva il genere mecha e lo trasformava in una tragedia greca con motori a reazione. Ecco perché quest'opera, uscita nel lontano 1977, merita il titolo di capolavoro dimenticato.
1. Niente mostri della settimana: qui si fa fantascienza vera
Negli anni '70 la formula era semplice: arriva il mostro, il robot si compone, pugno a razzo, esplosione. Danguard A no. La premessa sembra uno sci-fi d'autore: la Terra è ormai consumata dalle risorse finite e l'unica speranza per l'umanità è Prometeo, un decimo pianeta appena scoperto ai confini del sistema solare. La serie non è la storia di una difesa, ma di una corsa allo spazio disperata e contro il tempo, insidiata dai piani del megalomane Doctrin.
2. Il robot protagonista? Arriva dopo MEZZO ANNO!
Provate a proporre una cosa del genere a un produttore di anime di oggi: Danguard A parte nell'episodio 1, ma il robot gigante non appare fino all'episodio 12!
Per dodici puntate, il protagonista Takuma Ichimonji (in Italia Arin) non fa altro che addestrarsi, fallire, sputare sangue e subire la rigida disciplina del capitano Dantan (il leggendario Maschera di Ferro). Matsumoto non voleva vendere giocattoli; voleva raccontare il peso della responsabilità, il trauma di un padre creduto traditore e la crescita dolorosa di un pilota.
3. "Maschera di Ferro" e la parabola del Padre
Parliamoci chiaro: Dantan è il mentore più duro e cazzuto della storia dell'anime. Nascosto dietro un casco di ferro completo (un trope che farà poi la fortuna di Gundam con Char Aznable), punisce Takuma senza pietà. Il motivo? È suo padre, amnesico e addestrato dal nemico, che tenta di forgiare il figlio per salvargli la vita nel cosmo. La tensione emotiva tra i due regge l'intero anime ed è più affilata della lama di una katana.
4. Il tocco Matsumoto: malinconia e navi stellari
Nonostante la presenza del mecha trasformabile (il Satan Array / Satellitari che diventa il Danguard), l'anima dell'opera è al 100% matsumotiana:
Design iconico: I ponti di comando della nave Jasdam sembrano quelli dell'Arcadia.
Sonoro struggente: La colonna sonora di Shunsuke Kikuchi passa da ritmi marziali a melodie malinconiche che vi faranno venire un nodo alla gola.
Romanticismo spaziale: L'infinita solitudine del cosmo vs il calore della determinazione umana.
Perché dovresti recuperarlo oggi?
Danguard A è il vero anello di congiunzione tra i super robot fracassoni degli anni '70 e i "Real Robot" maturi come Gundam ed Evangelion.
Senza il dramma umano, l'addestramento psicologico e la narrazione continuativa di Danguard, l'evoluzione dell'animazione giapponese sarebbe stata diversa.
Se siete stufi delle solite storie e volete scoprire dove la fantascienza anime ha davvero imparato a crescere, fatevi un regalo: recuperate le imprese della Jasdam e del robot del Maestro Matsumoto.

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