Ammagatti sulla tastiera, tra un rewatch
dell'ultima stagione di Demon Slayer e le teorie sugli spoiler
di One Piece, c'è una domanda che noi malati di cultura pop
giapponese dovremmo farci più spesso: da dove cazzo arriva davvero
tutto questo?
Se chiedete a un fan medio chi sia il papà dei mecha, la risposta sarà automatica, quasi riflessa: Mazinga Z. Bellissimo, iconico, immortale. Ma la storia, quella vera, ha un retroscena quasi da "spionaggio industriale" dell'animazione.
Un mese prima che Go Nagai rivoluzionasse la TV con il suo colosso di lega Z, il 4 ottobre 1972 sugli schermi giapponesi faceva il suo esordio un gigante di metallo vivente dal nome che oggi suona quasi ipnotico: Astroganga (アストロガンガー).
Sì, avete letto bene. Prima di Mazinga. Eppure, oggi Astroganga vive in una sorta di limbo: culto assoluto per i quarantenni italiani, oggetto misterioso per le nuove generazioni di otakus. Ma perché questa serie firmata dalla mitica Knack Productions merita una seconda giovinezza (e magari un bell'articolo virale da inoltrare nei vostri gruppi Telegram)?
Non è un robot: la prima grande rivoluzione
Il primo errore da non commettere — pena l'esilio istantaneo dalla community — è chiamare Ganga "robot".
Astroganga non ha ingranaggi, non ha bisogno di benzina, né di un pilota con la cloche in mano. Ganga è una creatura aliena in metallo vivente, nata sul pianeta Kantaros e portata sulla Terra per sfuggire ai Blaster, una razza di invasori spaziali che sembra uscita da un incubo synth-wave.
E qui c'è il colpo di genio narrativo: Ganga non si "guida". Si fonde. Il piccolo Charlie (Kantaros in originale) non sale dentro una cabina di pilotaggio: si scaglia letteralmente contro il petto del gigante e ne diventa la mente, il cuore, la forza emotiva.
In un’epoca in cui la fantascienza pop celebrava la macchina e la tecnologia imperante, Astroganga proponeva un’idea quasi simbiotica, organica, quasi eco-fantasy. Un legame di carne, metallo e coscienza.
Un pugno in faccia alla fisica (e ci piace così)
Riguardare Astroganga oggi è un’esperienza psichedelica fantastica. Niente armi iper-tecnologiche, niente missili centrali o raggamenti fotonici iper-spiegati. Ganga combatte a mani nude. È un wrestler cosmico. Prende gli alieni, li blocca, li scaraventa sui palazzi, usa la pura forza bruta.
E poi c'è il comparto estetico: quel volto di metallo espressivo, capace di soffrire, sorridere, arrabbiarsi. Un dettaglio che lo allontana dal freddo acciao di Mazinga e lo avvicina incredibilmente alla sensibilità moderna degli anime character-driven.
Senza Astroganga avremmo mai avuto Neon Genesis Evangelion e il concetto di sincronizzazione tra pilota e Unità 01? Probabilmente sì, ma il seme originario, quel primissimo mattone di "fusione uomo-macchina-alieno", lo ha posato la Knack Productions nel 1972.
Il culto italiano: una storia d'amore speciale
Se in Giappone la serie ha avuto un successo moderato (schiacciata poi dal fenomeno travolgente dei robot di Go Nagai), in Italia è successo il finimondo. Arrivato nel 1980 sulle tv locali, Astroganga è diventato istantaneamente un cult generazionale.
La sigla italiana — firmata dagli I Vianella (Edoardo Vianello e Wilma Goich) con il testo del maestro Paolo Lepore — è un capolavoro di synth-pop melanconico che vi si appiccica al cervello e non se ne va più. Provare per credere: basta dire "Astroganga..." in un bar per veder spuntare qualcuno che risponde "sulla Terra c'è...".
Perché parlarne OGGI?
Siamo nell'era dei reboot, dei remake e del ripescaggio nostalgico. Hollywood e Tokyo stanno raschiando il fondo del barile degli anni '80 e '90, dimenticandosi spesso delle perle grezze degli anni '70.
In un panorama saturato da mecha iper-complessi e CGI patinata, Astroganga rappresenta l'essenza pura del retrofuturo:
È il momento di rendere a Ganga ciò che è di Ganga. Non un ripiego, non una "copia" di ciò che è venuto dopo, ma il vero anello di congiunzione tra la fantascienza classica e l'era d'oro dei giganti animati.
Se vi definite veri appassionati di manga e anime, stasera recuperatevi la prima puntata. Guardate quel gigante rosso e blu volare senza propulsori e ricordatevi che, prima di tutti i cockpit e le trasformazioni sbrilluccicanti, c'era un bambino che saltava nel petto di un alieno di metallo per salvare il mondo.
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