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Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul finale di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time.
Per oltre venticinque anni Neon Genesis Evangelion ha raccontato la solitudine, il trauma, la paura del contatto umano e l’impossibilità di salvarsi da soli. Con Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, Hideaki Anno non si limita a chiudere la saga dei Rebuild: prova a liberare Evangelion dal suo stesso mito.
Il quarto e ultimo film della nuova tetralogia è arrivato in Giappone l’8 marzo 2021, dopo una produzione tormentata da rinvii e difficoltà. È stato scritto da Anno e realizzato con la collaborazione alla regia di Kazuya Tsurumaki, Katsuichi Nakayama e Mahiro Maeda. Il risultato è un’opera monumentale, imperfetta, ambiziosa e profondamente umana.wikipedia
Un mondo già finito
Quando il film comincia, il mondo è ormai irriconoscibile. Il Near Third Impact ha trasformato la Terra in un paesaggio rosso e desolato. Shinji è catatonico, incapace di reagire dopo gli eventi di Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo. Asuka e Rei lo accompagnano in un viaggio attraverso le rovine della civiltà e della loro stessa identità.
La storia si apre con una spettacolare battaglia a Parigi, dove la WILLE di Misato tenta di ripristinare la città contaminata dalla “core-izzazione”. È un inizio sorprendentemente militare e spettacolare, quasi appartenesse a un altro anime: aerei, navi volanti, Evangelion e gigantesche installazioni tecnologiche trasformano la capitale francese in un campo di battaglia.indiewire
Ma Thrice Upon a Time non vuole restare nell’apocalisse. Dopo l’assalto iniziale, il film rallenta e conduce i protagonisti nel villaggio-3, una piccola comunità di superstiti. Qui Evangelion compie una scelta decisiva: per la prima volta, il mondo non è soltanto un luogo da distruggere o salvare, ma uno spazio nel quale è ancora possibile vivere.
Il villaggio-3 e la rivoluzione del quotidiano
La parte ambientata nel villaggio è forse la più importante dell’intero film. Non ci sono Angeli, Impact o profezie catastrofiche. Ci sono agricoltori, bambini, anziani, lavoro, cibo e relazioni umane.
Rei, abituata a esistere come strumento nelle mani della NERV, scopre la semplicità della vita quotidiana. Impara a salutare, a lavorare, a condividere uno spazio con gli altri. La sua trasformazione non avviene attraverso una battaglia, ma attraverso gesti ordinari: raccogliere il riso, prendersi cura delle persone, scegliere un nome.
È un passaggio radicale. In una saga dominata da simboli religiosi e tecnologia apocalittica, Anno suggerisce che la salvezza potrebbe trovarsi in qualcosa di molto meno spettacolare: preparare un pasto, coltivare la terra, ascoltare qualcuno.
Anche Toji e Hikari, personaggi che nella serie originale erano soprattutto figure collaterali, diventano il volto di una normalità possibile. Il villaggio rappresenta ciò che Evangelion ha spesso negato ai suoi protagonisti: un futuro costruito lentamente, senza dover aspettare la fine del mondo.
Shinji: dalla fuga alla responsabilità
Shinji non è l’eroe che torna improvvisamente a combattere. Il film non cancella il suo dolore e non trasforma la depressione in una semplice lezione di coraggio.
All’inizio, il ragazzo vorrebbe soltanto scomparire. Dopo avere provocato il disastro del film precedente, Shinji è convinto di non meritare più nulla. La sua immobilità è la conseguenza di una colpa che non riesce a elaborare.
La svolta non arriva quando impugna una nuova arma, ma quando ricomincia lentamente a parlare. Il suo percorso consiste nell’accettare che le proprie azioni hanno avuto conseguenze senza permettere al senso di colpa di definire tutta la sua esistenza.
In una conversazione con Kensuke, Shinji trova una figura adulta capace di ascoltarlo senza giudicarlo. Non gli viene chiesto di essere un salvatore. Gli viene chiesto, più semplicemente, di continuare a vivere.
È questa la grande differenza rispetto al protagonista della serie originale. In un’intervista, Anno ha spiegato che il nuovo Shinji è cresciuto: non è più soltanto un ragazzo che cerca di salvarsi, ma qualcuno capace di pensare anche alla salvezza degli altri.collider
Gendo e Shinji: finalmente padre e figlio
Il cuore emotivo del film è il confronto tra Shinji e Gendo Ikari.
Gendo ha sempre rappresentato l’autorità distante, il padre incapace di comunicare, l’uomo che trasforma ogni sentimento in un piano scientifico o in un progetto cosmico. La sua ossessione per Yui lo ha spinto a sacrificare il figlio e l’intera umanità.
Nel finale, però, Gendo viene costretto a mostrarsi per ciò che è veramente: un uomo terrorizzato dalla solitudine. Non è soltanto un manipolatore senza scrupoli. È qualcuno che, dopo aver perso la persona amata, ha scelto di rifugiarsi nella distanza e nel controllo.
Il combattimento tra Shinji e Gendo non è quindi una semplice battaglia tra Evangelion. È una seduta psicanalitica trasformata in spettacolo metanarrativo. I due attraversano scenari che ricordano la serie televisiva, The End of Evangelion e i film Rebuild. Combattono su set virtuali, fondali vuoti e spazi che sembrano costruiti direttamente dalla memoria del franchise.
Alla fine Shinji non sconfigge il padre con la forza. Lo comprende. E proprio questa comprensione spezza il ciclo di odio, paura e incomunicabilità.
Anno ha dichiarato che uno degli obiettivi del film era raccontare in modo più compiuto il rapporto tra Shinji e Gendo, una relazione che nella serie televisiva non aveva avuto abbastanza spazio.collider
Il significato del finale
Nel climax, Gendo tenta di realizzare il suo progetto definitivo: un nuovo Impact capace di cancellare la separazione tra gli esseri umani. La fusione totale appare ancora una volta come la soluzione alla sofferenza: se nessuno sarà più separato dagli altri, nessuno potrà più sentirsi solo.
Ma Shinji rifiuta questa idea. Non vuole un mondo senza dolore ottenuto eliminando la libertà, la distanza e l’identità individuale. Chiede invece un mondo senza Evangelion.
La sua scelta è un vero “Neon Genesis”: una nuova genesi nella quale gli Eva non esistono più e l’umanità può ricominciare senza essere prigioniera dello stesso eterno copione.wikipedia
Il finale alla stazione ferroviaria, con Shinji adulto e l’incontro con Mari, ha generato molte interpretazioni. Alcuni spettatori lo leggono come l’inizio di una relazione sentimentale; altri come il simbolo dell’uscita definitiva dal mondo di Evangelion. In ogni caso, il punto centrale non è tanto “con chi” Shinji finisca, ma il fatto che abbia finalmente lasciato il luogo mentale nel quale era rimasto bloccato.
La stazione non è soltanto un’ambientazione. È una soglia: da una parte il passato, dall’altra la vita reale.
Mari, Asuka, Rei e Kaworu: lasciare andare
Il film dedica a ogni personaggio un momento di congedo.
Asuka ammette i propri sentimenti e affronta il ricordo del ragazzo che era stato Shinji. Rei comprende di non essere soltanto un clone o una funzione narrativa. Kaworu, intrappolato in un ciclo di ripetizioni, riconosce di dover smettere di cercare continuamente di salvare Shinji.
Mari, invece, rappresenta qualcosa di diverso. È l’elemento estraneo, quello che non appartiene completamente alla vecchia mitologia di Evangelion. Nel finale diventa la figura che raggiunge Shinji nel mondo reale e lo accompagna fuori dal paesaggio simbolico della saga.
Il loro incontro può apparire improvviso e discutibile. Ma proprio questa estraneità è parte della sua funzione: Mari non è il ricordo di un trauma da risolvere. È il futuro, qualcosa che non deve essere ricostruito pezzo per pezzo attraverso il dolore passato.
Un film imperfetto, ma necessario
Thrice Upon a Time non è un film privo di difetti. La seconda parte è sovraccarica di spiegazioni, termini tecnici, simboli e svolte narrative. Alcuni personaggi ricevono una conclusione rapida; alcune rivelazioni sembrano arrivare troppo tardi. Il film pretende che lo spettatore accetti una grande quantità di informazioni mentre cerca di elaborare una conclusione emotiva già molto complessa.
Eppure, la sua forza nasce proprio dall’ambizione. Anno non prova a dare una spiegazione ordinata a ogni mistero. Prova a concludere un’opera che per decenni ha rappresentato la paura di crescere, di amare e di accettare la realtà.
Il film è stato accolto positivamente dalla critica per la regia, l’animazione, il peso emotivo e la capacità di offrire una conclusione alla saga. Il brano “One Last Kiss” di Hikaru Utada accompagna questa sensazione di addio con una precisione quasi dolorosa: non è soltanto una canzone finale, ma il titolo emotivo di un congedo atteso per anni.wikipedia+1
Evangelion finisce davvero?
La risposta di Hideaki Anno è stata chiara: per lui la storia di Evangelion è terminata e non c’è l’intenzione di proseguire il racconto da quel punto. Anno ha descritto questa conclusione come un momento di pace personale, dopo anni di lavoro e di confronto con il proprio passato.collider+1
Ed è forse questo il significato più profondo di Evangelion: 3.0+1.0.
La saga non dice che il dolore scompare. Dice che non è necessario trasformarlo in una casa. Non dice che il mondo reale sia migliore perché è facile. Dice che vale la pena sceglierlo anche quando è complicato, imperfetto e pieno di separazioni.
Per anni Shinji ha chiesto agli altri se fosse giusto esistere. Nel finale, finalmente, smette di aspettare una risposta.
Si alza.
E va incontro alla vita.

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