Siamo nel 1975. L'animazione giapponese sta vivendo il suo primo vero boom dei "super robot". Ma mentre tutti continuano a scimmiare la formula vincente di Gō Nagai (bulloni, metallo, scienziati in camice bianco), uno studio d'animazione decide di fare la mossa più azzardata della storia: mescolare i mecha con il misticismo antico, il design egizio e... una spruzzata di angoscia esistenziale.
Nasce così Il prode Raideen (Yūsha Raidīn). E fidatevi: se oggi amate i robottoni, dovete ringraziare questo capolavoro (troppo spesso dimenticato).
1. Il Robot non è una macchina: è un'Eredità Sacra
Dimenticate i garage sotterranei e i pulsanti luminosi. Raideen non viene costruito da uno scienziato pazzo in un laboratorio super-tecnologico. Raideen è una reliquia.
Costruito 12.000 anni fa dal popolo del Continente Perduto di Mu per combattere l'Impero dei Demoni Bara, Raideen giace addormentato in una piramide finché il giovane Akira Hibiki non lo risveglia. Ma la vera chicca? Akira non "guida" il robot premendo leve: entra letteralmente dentro di lui (attraverso un'assimilazione mistica via moto volante) e ne sente il dolore, la fatica, l'energia.
Il dettaglio nerd: Questa fusione simbiotica tra pilota e mecha è la madre spirituale di tutta la linea genealogica dei robot biologici/mistici. Vi dice niente la sinfonia di sincronizzazione di Neon Genesis Evangelion? Esatto, Anno ha copiato a piene mani da qui.
2. Il "God Bird": La trasformazione che ha cambiato il giocattolo per sempre
Prima di Raideen, i robot erano blocchi di metallo che tiravano pugni. Raideen è stato il primo mecha della storia dell'animazione a trasformarsi.
Quando Akira grida "God Bird!", Raideen si piega, chiude le sue ali dorate e si trasforma in un raptor supersonico in grado di trapassare i mostri a velocità folle.
Questa singola intuizione non ha solo sconvolto i bambini dell'epoca; ha letteralmente creato il mercato dei trasformabili. Senza il God Bird di Raideen:
Non avremmo mai avuto i Transformers.
Macross/Robotech non sarebbe mai esistito.
I legni della ditta Popy/Bandai non avrebbero fatturato i miliardi con i Chogokin.
3. Il dream team dietro le quinte (Un concentrato di leggende)
Se analizziamo i crediti di Il prode Raideen, viene la pelle d'oca. È come leggere la formazione del Brasile del 1970, ma dell'anime economy:
Yoshiyuki Tomino: Sì, quel Tomino. Il futuro padre di Mobile Suit Gundam ha diretto la prima metà della serie, imprimendole quel tono cupo, epico e drammatico.
Tadahito Nagahama: Subentrato a Tomino, ha introdotto l'elemento melò, focalizzandosi sulle relazioni tra i personaggi e creando cattivi affascinanti.
Yoshikazu Yasuhiko (Yas): Il character designer che ha dato a Raideen quell'estetica elegante e immortale, prima di curare il design del Gundam originale.
4. Prince Prince Akin: Il papà di tutti i "Cattivi Belli e Dannati"
Parliamo del Principe Sharkin (Prince Akin nell'adattamento italiano).
Prima di lui, i cattivi degli anime erano mostri butterati, alieni viscidi o vecchi megalomani. Sharkin no. Sharkin è biondo, bellissimo, indossa una maschera d'oro, ha un senso dell'onore impeccabile ed è cronicamente tormentato.
Sharkin ha stabilito l'archetipo dell'antagonista tragico e affascinante. Sostituisci la maschera d'oro con un elmo bianco e ottieni Char Aznable (Gundam). Dagli dei capelli lunghi e hai Griffith (Berserk). Era il 1975 e le fan giapponesi mandavano già lettere d'amore alla redazione per il cattivo della serie!
Perché dovresti recuperarlo oggi?
Perché Il prode Raideen è il vero anello di congiunzione tra l'ingenuità ruggente degli anni '70 e la maturità sci-fi degli anni '80 e '90. Ha un design unico—ispirato ai faraoni egizi e all'art déco—una colonna sonora che ti si pianta in testa e una carica di pathos che tiene ancora botta dopo cinquant'anni.
La prossima volta che vedete un robot trasformarsi o un pilota gridare dentro un cockpit pieno di liquido, fate un piccolo inchino verso il passato. Lì c'è il Prode Raideen, il vero Re degli Anni '70
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